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    il tappiro

    di Giansandro Rosasco | 01 Giugno 2008 | in categoria/e edizione cartacea il tappiro

    Cooperativa Agricola di San Colombano: il Tappiro d'ardesia inzuppato nel latte e...nel vino

    Triste epilogo di una realtà importante per tutti
    Cooperativa Agricola di San Colombano: il Tappiro d'ardesia inzuppato nel latte e...nel vinoMichela De Rosa consegna il Tappiro a Luigi Casella

    Se passate davanti al cimitero e sentite degli strani scricchiolii non spaventatevi, è probabile che alcuni protagonisti citati in questo articolo si stiano semplicemente rigirando per mettersi un pochino più comodi. Questa storia si apre con un buco ma in questo caso il camposanto non c'entra. E' comunque profondo e altrettanto da paura, anche se si tratta molto più “semplicemente” di un buco di bilancio. Non ci sbilanciamo sulle cifre ma tra il chiacchiericcio popolare qualcuno ha accennato frettolosamente la cifra di due milioni di euro. Lo scriviamo in cifre perchè l'eco degli zeri è sicuramente più profondo e significativo: 2.000.000. Questo è il dato approssimativo e la prima parte della notizia finisce qui e non è un granchè. La seconda parte, più corposa e documentata, ha bisogno di una premessa e di un cenno storico. La Cooperativa Agricola San Colombano nasce nel lontano 1955 grazie all'idea del Sindaco di San Colombano Certenoli, Cav. Filippo Zavatteri che trovò il valido appoggio in Andrea Cademartori allora assessore comunale. >I fini erano chiari: migliorare le condizioni di vita della popolazione rurale attraverso il potenziamento della produzione del latte e dell'allevamento del bestiame. All'epoca le critiche, fisiologiche per ogni cosa nuova proposta, riguardavano il fatto che difficilmente gli allevatori sarebbero usciti dall'individualismo tipico di chi è sempre vissuto chiuso nel suo podere. Analisi prontamente smentita perchè la Cooperativa è comunque nata con le migliori intenzioni e vissuta fino a oggi, pardon ieri. Ai tempi, dal palco, l'illuminato Zavatteri commuoveva gli allevatori esultanti: “grazie all'apporto organizzato di ogni coltivatore unito alle disposizioni superiori, si potrà operare il miracolo di vedere rifiorire la campagna facendovi ritornare i figli che, con tanta amarezza, l'hanno dovuta lasciare” . >Finora gli allevatori hanno fatto la loro parte impegnandosi duramente in questo lavoro; sono invece le “disposizioni superiori” che lasciano un po' a desiderare, ma non vogliamo giudicare, lasciamo volentieri questo compito al lettore. Andiamo quindi avanti nella storia e continuiamo a parlare di personaggi vivi e vegeti che si intrecciano nella vicenda. I dipendenti della Cooperativa sono probabilmente le persone maggiormente tutelate dal crac finanziario e quelle per le quali si sono già spese tante parole, anche se è giusto ricordarli. Capita a fagiolo invece Casella Luigi, un piccolo allevatore della bellissima Val Cichero che è, suo malgrado, l'icona di chi è rimasto scottato non poco dalla Cooperativa e probabilmente uno dei tanti che alla fine della favola riceverà poco e niente. Creditore nei confronti della cooperativa di ventisei mesi di latte arretrato da pagare, gli è stato dimezzato il credito da parte del liquidatore che gli riconosce appena 26 mila euro rispetto ai 90 milioni dovuti all'epoca. Destino beffardo visto che tutto ha un rapporto 1.000 lire = 1 euro, tranne evidentemente i debiti delle cooperative che seguono un iter tutto loro. >Insieme a lui, peraltro persona pacata e intelligente con uno spirito imprenditoriale legato alla sua terra e ai suoi animali che non lo porta mai a demordere, ci sono decine di altri creditori terribilmente intristiti per la situazione ed è per questo che abbiamo deciso di far intervenire il nostro “Tappiro d'ardesia”, a dimostrazione che il tema è molto sentito e non è affatto da sottovalutare né tantomeno da dimenticare. >Le colpe, come al solito, rimbalzano da una parte all'altra senza toccare mai nessuno. Qui nessuno vuole fare un j'accuse, anche se forse la “diligenza del buon padre di famiglia” poteva far prendere provvedimenti prima di arrivare a questi punti. Alla fine della favola non vorremmo che la colpa fosse attribuita agli allevatori stessi magari con ventilate scuse del tipo “non producevano latte di qualità”. Ipotesi da escludersi a priori perchè gli stessi allevatori, con le stesse mucche, forniscono da anni un caseificio che, vi assicuriamo per esperienza diretta, prepara dei formaggi che sono una vera e propria p-o-e-s-i-a per il palato. >Ciliegina sulla torta di questa triste vicenda: lo Scimiscià. Per chi non conoscesse il termine ci facciamo aiutare da un esperto. Virgilio Pronzati scrive a proposito: “Il vitigno Simixà (o Scimiscià) era già coltivato nell'entroterra del levante genovese da almeno quattro secoli. Di tali testimonianze purtroppo non c'è traccia, poiché molti scritti sul vitigno e sul vino sono andati persi. Sue notizie scritte le troviamo nella seconda metà dell'Ottocento. Un vitigno non molto produttivo ma certamente qualitativo, dalle cui uve si otteneva un buon vino. Non solo, ma con loro si miglioravano i mosti locali. In Val Fontanabuona era il vitigno dominante.” Anche la celebre rivista di Veronelli titolava: “è un vitigno storico in pieno rilancio: pare dia risultati eccellenti”. Portabandiera di questo vino passito era Marco Bacigalupo (conosciuto in tutta la Fontanabuona come “u pastisé” per via dell'antica pasticceria a Cicagna) che aveva risuscitato il vitigno e ricevuto il riconoscimento persino dal Prof. Mario Fregoni (autore di un compendio di tutti i vigneti conosciuti, diffuso a livello mondiale nelle Università agrarie): “All'amico viticoltore Marco Bacigalupo con l'ammirazione verso l'amatore che realizza un'opera d'arte naturale nel suo vigneto”. Queste parole a lui dedicate erano il premio per i risultati raggiunti, anche perchè a detta di chi ben lo conosceva, “u pastisè” era solito dire: “Pensare che ero diventato il fornitore del Cardinale Siri che voleva sempre lo “scimiscià” assieme agli amaretti pignolati di mia sorella Maria, cotti in quel forno a legna che mio padre aveva costruito ai primi del '900”. Da lì la scelta di portare avanti il vigneto e affidarlo in comodato alla Comunità Montana Fontanabuona. In un successivo documento, scritto di suo pugno, tutta l'amarezza della decisione: “avevo trapiantato 500 (dico cinquecento) piante nuove di Scimiscià e i nuovi comodatari - ndr La Cooperativa Agricola -, falciando l'erba, hanno falciato tutte le nuove piante, dopo che io avevo a suo tempo messo a conoscenza chi di dovere; la stessa fine hanno fatto le 200 piante (dico duecento) nuove di Nebbiolo Lampia (leggi Barolo) messe contemporaneamente alle precedenti Scimiscià. Quello che mi ha più offeso è che lamentandomi di ciò, mi si rispose che tanto erano ammalate, quando delle 700 piante in totale avevano attecchito tutte, dico tutte. Non si parli di sterpi e infestanti perchè solo con quel linguaggio si capisce che non c'è competenza. Quale lavoro e quale spesa per quel ripascimento di piante!”. >Letteralmente dalle stelle alle stalle e non c'è da aggiungere altro. Chissà che qualcuno, oltre a pagare i debiti ai vivi, non dia anche una spiegazione che permetta di far riposare in pace chi ha fatto tanto per portare avanti due realtà legate alla nostra terra come quella del latte e dello Scimiscià. Ai posteri l'ardua sentenza. Per quel che ci riguarda lasciamo come al solito uno spazio a chi avesse qualcosa da aggiungere in proposito.


     


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