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    cucina

    07 Gennaio 2017 | in categoria/e cucina edizione cartacea

    Nel 1913 non era ancora esplicitamente “vietato spedire esseri umani”. Dei bambini spediti per posta e dello schiavo che si impacchettò, conquistando così la libertà

    Nel 1913 non era ancora esplicitamente “vietato spedire esseri umani”. Dei bambini spediti per posta e dello schiavo che si impacchettò, conquistando così la libertà

    di Michela De Rosa

    Nel periodo natalizio non si conta l’andirivieni di merci e persone che viaggiano in giro per il mondo. Ma nessuno si sognerebbe di spedire dei bambini. Eppure è successo. Il 1º gennaio 1913 negli Stati Uniti prendeva il via il servizio di spedizione di pacchi attraverso lo Us Postal Service. Per guanto riguarda le regole, sui pacchi non pareva ci fosse molto da specificare se non che il contenuto non doveva superare le 50 libbre (circa 25 chili). E quante cose hanno un peso inferiore! I bambini, per esempio.


    Decine di casi noti
    Già il 17 gennaio di quell’anno il Times Dispatch di Richmond (Virginia), pubblicava una lettera al direttore delle poste in cui una cittadina chiedeva "istruzioni sull’involucro da applicare a un bambino da spedire via posta”. La risposta fu che “le uniche creature vive inviabili via posta sono gli insetti”, ma nel frattempo altri avevano già messo in pratica la stessa idea.

    Il primo caso sarebbe stato quello di un bimbo inviato dalla nonna a un miglio di distanza, assicurandolo per un valore di 50 dollari, circa 1.200 euro di oggi.
    Ma negli archivi della Smithsonian Institution sono documentati altri due casi, tra cui quello di May Pierstorff, quattro anni, che i genitori volevano mandare a far visita ai nonni: però non volevano pagare il biglietto del treno e, notando che non vi erano regolamenti in materia di pacchi postali per l’invio di una persona, hanno deciso di spedirla. Il francobollo, di 53 centesimi, era attaccato al cappotto della bambina che ha viaggiato per oltre 100 chilometri nel compartimento postale del treno ed è stata “consegnata” a casa dei nonni, dall’addetto di turno.
    Altre fonti citano almeno un’altra decina di casi, con tariffe diverse a seconda della distanza (anche solo 10 centesimi). Comunque meno del biglietto del treno, evidentemente. In ogni caso, tutti i bambini censiti viaggiavano sotto vigilanza di un ufficiale postale o ferroviario. Per evitare che la cosa prendesse piede fuori ogni ragionevole previsione, già un anno dopo, a inizio 1914, il nuovo direttore generale comunicò a tutti gli uffici postali il “divieto alla spedizione di esseri umani”, anche se si registrano violazioni fino al 1915: Maud Smith, una bimba di tre anni del Kentucky, sarebbe stata l’ultima “bambina pacco”.

    Lo schiavo che si fece spedire in uno Stato antischiavista
    Prima dell’invio dei bambini ci fu un caso ancora più significativo di spedizione umana via posta. Come racconta l’autobiografia Narrative of the Life of Henry “Box” Brown, il 23 marzo 1849 questo schiavo riuscì a farsi spedire in uno stato non schiavista nascosto in uno scatolone di legno. Quel giorno si procurò un infortunio in modo da non  poter lavorare e, con la complicità di alcuni abolizionisti, si fece “imballare”. Dopo 27 ore di viaggio su carrozza, treno e battello, in cui venne sbatacchiato e ribaltato più volte nonostante le scritte «maneggiare con cura» e «alto», fu recapitato nella sede di Philadelphia della Pennsylvania anti-slavery society. Divenne poi portavoce delle associazioni antischiaviste.


     


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