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    cultura, edizione cartacea, storia locale

    03 Settembre 2018 | in categoria/e cultura edizione cartacea storia locale

    #MEMORIALGHILARDUCCI - Vacanze di una volta in Val d'Aveto

    #MEMORIALGHILARDUCCI - Vacanze di una volta in Val d'Aveto

    Le curve in corriera, le stradine di ciottoli, i biscotti della Teresina, gli scherzi alla farmacista e i primi balli in soffitta...

    Testimonianza di Giovanni Sale, Rapallo

    >> Immagini dalla festa della transumanza, durante la quale il piccolo borgo La Villa torna “come una volta”

    Come tante altre famiglie genovesi, anche la mia era solita trascorrere un mese di vacanza in campagna, vicino a Santo Stefano d’Aveto, verso la fine dell’estate. Partivamo con la mamma (il papà ci avrebbe raggiunti dopo) dalla piazza della stazione di Chiavari e ci imbarcavamo, con mia sorella e mio fratello, sulla corriera. Anche se pioveva a dirotto, nel giorno stabilito bisognava partire: la mamma non ammetteva rinvii, nonostante le proteste di noi figli.


    Le mucche coi nomi di città e il sapore del latte appena munto
    L’appartamento in affitto si trovava nel paesino di La Villa, un pugno di case affacciate sulla strada carrozzabile, senza la chiesa, ma con un campo da bocce proprio alla fermata della corriera. Al piano terra della casetta abitava la signorina Teresita che volentieri ci ospitava al piano di sopra, con scaletta e pavimento in legno. Dalla finestra della camera si vedeva il monte Penna. Il sentiero assolato che dovevamo percorrere per arrivare era disseminato di sassi e pietroni, sotto i quali si celavano le vipere, perciò bisognava fare attenzione a non calpestarle. Per ogni evenienza la mamma portava comunque il siero antivipera. Alle sei del mattino la sveglia, data dallo scampanio e dal brusio delle mucche portate al pascolo dalla Teresita che, fazzoletto in testa e lungo bastone, le incitava su per la salita: “Va’ su, Parigi! Avanti, Roma!”. Le mucche avevano i nomi di città famose, ma Genova non c’era. Mia sorella e mio fratello restavano ancora a letto per qualche oretta, poi tutti e tre ci presentavamo in cucina per la colazione: una tazza di latte fresco di mungitura con i biscotti fatti in casa dalla Teresita, oppure spalmando di burro e marmellata di lamponi grosse fette della pagnotta cotta nel forno a legna su foglie di castagno.



    La gaffe col vescovo e gli scherzi alla farmacista
    Alla domenica ci recavamo per la messa nella chiesetta del vicino paese di Allegrezze. Una di quelle domeniche c’era il Vescovo, forse in visita pastorale e, terminata la funzione, all’uscita dalla chiesa, un gruppo di contadini lo acclamò gridando in dialetto: “Viva u vescuvu e chi ghe l’ha menou” (Viva il vescovo e chi ce l’ha “menato” nel senso di “portato”). Quando si resero conto del doppio senso che aveva l’ultima parola in genovese, tutti scoppiarono a ridere, mentre il prelato restava serafico e benedicente. Quasi tutti i giorni, la gita a piedi da La Villa a santo Stefano e, mentre noi ragazzi ci soffermavamo nella piazza a fotografare i resti del castello Doria, la mamma scendeva nella stradina sottostante a comprare il formaggio San Stè: grosse fette che poi avremmo gustato per cena con i pomodori conditi e la pagnotta casereccia così buona. Poi una capatina nella farmacia in fondo al paese, vicino al torrente. Dai nostri cugini di Sestri Levante avevamo saputo che la farmacista era un po’… rintronata, perciò a volte scattava lo scherzo. Entravamo in farmacia seri e compunti, poi alla domanda “Cosa desiderate?”, uno di noi tre rispondeva: “Per favore, una confezione di … an … u… e” biascicando velocemente quest’ultima parola volutamente monca. “Come?” chiedeva più attenta la farmacista. “Sì, di an… ci… e”, sempre biascicando alla svelta. Infine, “Anciue, ha capito?”. Allora la farmacista consultava il voluminoso prontuario che teneva sul banco: “Vediamo, an…ciu..no, non ce l’ho”, concludeva alla fine, sconsolata, mentre noi ragazzi cominciavamo a ridere contagiando gli altri clienti.


    Le amicizie, i balli e i mangiadischi
    Con i nostri genitori andavamo nelle foreste del monte Penna, a malincuore per il viaggio estenuante. I luoghi preferiti per le nostre escursioni con altri ragazzi erano, invece, la cascata del Cucù e il lago delle Lame, dove si poteva pescare. Stringere amicizia con gli altri ragazzi villeggianti non era difficile: bastava prendere la corriera da La Villa e durante il tragitto per Santo Stefano c’era sempre qualcuno che saliva e, sedendosi accanto a mia sorella o a mia cugina (capelli lunghi, biondi, viso carino e corpo ben fatto), guardandola negli occhi le chiedeva: “Ci conosciamo?” e così nascevano le amicizie. Con questi amici ed amiche si andava dal tardo pomeriggio alla sera inoltrata a ballare in qualche soffitta, invitati nella villetta di qualcuno che disponeva di un mangiadischi. Tra le canzoni più richieste: “Il ballo del mattone” e “Cuore” di Rita Pavone, ma anche “In ginocchio da te” di Gianni Morandi. Amori veri non ne nascevano, solo amicizie estive, tutt’al più la promessa di rivedersi l’estate successiva. Il periodo di vacanza volava via in un soffio. Il giorno della partenza la mamma andava nella pasticceria “Chiesa” a comprare un cartoccio di canestrelli e la torta montagnina, dicendoci che non dovevamo consumarli durante il viaggio. Sulla corriera del ritorno spesso pioveva, anzi diluviava e al passo della Forcella si veniva investiti da nebbia e grandine che annunciavano tristemente la fine dell’estate e delle vacanze.



     


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