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    attualità

    01 Marzo 2010 | in categoria/e attualita

    PREMIO "GRAZIE PERCHE'..."

    Intervista al dott. Augusto Marchesi, premiato per l'attività di volontariato a favore dei disabili, della comunità recchese e della popolazione del Ghana
    PREMIO Il dott. Marchesi


    Sabato 6 Marzo a Recco si è svolta la prima edizione del premio “Grazie Perché Città di Recco”, nato come forma di gratitudine nei confronti di chi si è comportato in maniera altruistica e meritevole verso gli altri. Un premio che, dal sondaggio svolto dalla Protezione Civile R.G.E. Onlus e dal Gruppo Culturale Special Team in collaborazione con il Comune di Recco, i rechellini hanno voluto riconoscere al Dott. Augusto Marchesi, per l’abnegazione e l’infaticabile attività rivolta al sociale e alla sua attività di volontariato. Cinquantotto anni, coniugato e con due figli, il Dott. Marchesi divide la sua impegnativa vita di medico di famiglia con un’intensa attività all’interno della A.S.H. Olimpia Recco, Associazione Sportiva che utilizza lo sport come mezzo per favorire la crescita personale e la piena integrazione delle persone con disabilità psichica. Il Dott. Marchesi porta le sue competenze pediatriche anche nel Ghana, attraverso l’Associazione Amicus Onlus (www.amicus-onlus.org).
    Dottore, quali sono le sue origini e quando inizia la sua attività di medico?
    Sono nato a Recco, dove risiedo e lavoro. Mi sono laureato nel 1977 a Genova, con specializzazione in Clinica Pediatrica e Psicologia medica. Ho frequentato i primi 4 anni di università a Milano.
    - Come e quando inizia la sua attività di volontario?
    Figlio di una cultura cattolica che mi ha pervaso fin dall'infanzia, ho iniziato proprio durante gli anni universitari a Milano a frequentare, assieme a molti altri studenti, le attività di un gruppo parrocchiale. Seguivo bambini immigrati dal Sud con problemi sociali e di integrazione. Il nostro obiettivo, come gruppo, era quello di aiutarli a fare i compiti e ad affrontare la vita scolastica; l'obiettivo personale, non solo mio ma credo di molti, era quello di conoscere altre persone, soprattutto ragazze. Il film “Fragole e sangue” è a tal proposito molto significativo. Si tratta di un film del 1970 diretto da Stuart Hagmann, vincitore del Premio della giuria al 23° Festival di Cannes, che pone l’accento ai movimenti di protesta giovanili. Il protagonista, studente con interessi sportivi, partecipa all'occupazione dell'università contro la decisione del consiglio di amministrazione di cedere all'esercito alcuni terreni, sede di una scuola e di alcuni campi da gioco per i ragazzi della comunità nera. Sotto la spinta dei convulsi avvenimenti di quei giorni, matura in lui una nuova consapevolezza civile che lo accompagna sino al brutale assalto della Guardia nazionale all'interno dell'università, con cui si chiude il film.
    - Ci parli della sua attività di volontariato nelle popolazioni del Ghana
    I Ghanesi sono davvero, come si autodefiniscono, “friendly people” cioè persone cordiali, gentili ed educate. Le malattie che si incontrano sono quelle tipiche delle popolazioni dell'Africa equatoriale: malnutrizione, infezioni (es. polmonite), malaria e anemia. Per combatterle occorrono gli antibiotici, ma non sempre bastano i 7 euro giornalieri per ricorrere al piccolo e poco attrezzato ospedale, che potrebbe forse aiutarli. Da considerare che la zona del Ghana nella quale vado è in un territorio ricco di vestigia europee consistenti in forti del XVII e XVIII secolo, nei quali venivano ammassati gli schiavi prima di essere condotti in America. Non a caso il Presidente Obama, dopo il G8 all'Aquila, prima di tornare negli Stati Uniti fece tappa proprio in Ghana e vidi in TV, sullo sfondo, uno dei forti meglio conservati della zona: quello di Elmina. Forse Obama voleva dare un significato simbolico al suo “passaggio in Africa, ripercorrendo idealmente una tappa del viaggio drammatico che molti africani hanno fatto nei secoli scorsi. Non posso infine dimenticare una funzione religiosa in cui un ragazzo suonava la batteria: per un po' tutto sembrava tranquillo, ritmi lenti o appena forzati, ma poi, non so per quale motivo o in quale momento particolarmente solenne della celebrazione, il giovane batterista cambiò ritmo facendo impallidire - se lo avesse potuto ascoltare - perfino il batterista dei Pink Floyd, e chi è della mia generazione sa cosa intendo.
    - Quali sono le strutture sanitarie che mancano a Recco?
    Non credo sia un problema di strutture, stante la situazione esistente, con ospedale e ambulatori specialistici, ma soprattutto un problema di organizzazione e integrazione tra le varie figure professionali, come del resto mi pare accada in molti settori della sanità in tutta Italia. Tuttavia non sono, né voglio essere, un politico o un amministratore per cui le mie considerazioni sono parziali e personali.
    - Cosa farebbe ancora per aiutare i malati e i disabili, e cosa vorrebbe chiedere al Comune di Recco per rendere fattibili questi progetti?
    Vorrei ricordare un progetto, non mio, ma di cui sono venuto a conoscenza, e che mi pare debba essere tenuto in considerazione, mi riferisco al fatto che i disabili, soprattutto con Sindrome di Down, hanno un'aspettativa di vita di gran lunga superiore ad alcuni decenni fa. Si pone quindi il problema di quando saranno soli, senza i genitori che li seguono e li aiutano, da qui l'idea di fornire loro non solo una casa (protetta) ma anche la possibilità di essere il più possibile autonomi e autosufficienti. Potrebbe essere una sfida interessante per il futuro.
    - Come riesce a conciliare la sua attività di medico e quella di volontario? Vi sono altri medici che hanno seguito il suo esempio?
    Riesco a conciliare l'attività di medico di famiglia con le esperienze in Ghana, grazie alla collaborazione dei miei colleghi di studio (Dott. Belli, Dott.ssa Campomenosi e Dott. Tosi) che durante le mie assenze (peraltro mai superiori al mese e mai più di una volta all'anno), si occupano con professionalità e disponibilità dei miei pazienti. Un grazie sincero va quindi rivolto a loro. Ma a proposito di ringraziamenti non posso non ricordare i ragazzi “speciali” dell' Associazione Handicappati Olimpia, che giocano a basket con me o che partecipano ad altre attività sportive quali nuoto, ginnastica e bocce. Vorrei citare, a proposito, che domenica 14 marzo si terrà a Sori il ventesimo trofeo “Sivia Bisso“ di nuoto per disabili, al quale partecipano ragazzi “speciali” (che partecipano anche agli Special Olympics) provenienti da molte città d'Italia e la cui realizzazione, insieme a moltissime altre cose, non può prescindere dal prezioso lavoro, di Maddalena e Franco Viacava, due persone davvero straordinarie.
    - Pensa di aver donato tanto alla città di Recco?
    Non mi sono mai posto la domanda, ma comunque non ho fatto nulla di straordinario.
    Una risposta sintetica ma che racchiude il senso e lo spirito dell’attività di volontariato: rendersi disponibili ad aiutare gli altri senza aspettarci nulla in cambio, semplicemente come atto umanitario e sociale.
    Cristina Parente
    COmmenta, vota e inoltra


     


    I commenti dei lettori
    Elisabetta Robert Castagnola:

    Occuparsi delle Persone disabili è un dono che offre aiuto a chi porge aiuto.
    Le domande di Cristina sono state fatte per rendere fluida l'intervista e nel tempo stesso
    fornire al Lettore informazioni su attività di assistenza in luoghi lontani.
    Ottima la "chiusa"...senza aspettarci nulla in cambio.....


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