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    cultura, edizione cartacea, storia locale

    di Vittorio Rosasco | 01 Ottobre 2010 | in categoria/e cultura edizione cartacea storia locale

    RANGHINELLI - Della difficile vita in istituto e dei progetti di fuga, della suora che mi insegnò a sferruzzare a maglia, di come diventai juventino e di un incredibile regalo

    RANGHINELLI - Della difficile vita in istituto e dei progetti di fuga, della suora che mi insegnò a sferruzzare a maglia, di come diventai juventino e di un incredibile regalo

    LE REGOLE IN ISTITUTO - A proposito del mio Istituto, devo dire che le regole erano molto rigide, non si poteva andare a casa durante tutto il periodo di permanenza, la visita dei parenti era possibile solo la prima domenica del mese, tutti dovevano sottostare alla cura ricostituente a base di olio di fegato di merluzzo non raffinato e disgustoso, ogni tipo di malessere veniva curato con olio di ricino anche quello non raffinato e nauseabondo. Ma a tutto si abitua.
    LE SUORE - La divisa delle suore comprendeva una cintura di cuoio legata ai fianchi che scendeva sulla destra fino alla caviglia e che veniva "adoperata" per ogni minima infrazione, per la verità non da tutte. Personalmente ricordo di averle prese una sola volta per un episodio che narrerò in seguito, per il resto niente, forse perché ero un bambino timido e diligente e perché ero…il fratello di Giuseppe! Sono stato però testimone di castighi disumani che non voglio narrare perché il solo pensiero ancora mi turba. Ricordo il nome di alcune suore a ciascuna delle quali avevamo affibbiato un nomignolo: suor Tarcisia, l’"intransigente" Superiora, suor Emilia, la "cattiva" perché usava troppo spesso la cinghia, suor Chiara la "questuante" perché andava ogni mese a chiedere l’elemosina alla Borsa di Genova e portava con sé quasi sempre mio fratello, biondo, carino e paffuto che inteneriva gli avventori; suor Benigna, l’anziana dolce "vice-mamma" che mi ha insegnato a rammendare le calze e a sferruzzare a maglia.
    IO, JUVENTINO PER... GIOCO- Fu in quel periodo che cominciai ad essere juventino. Avevamo inventato un gioco con il mio amico Antonio. Se ci avessero chiesto se il pallone era rotondo o quadrato forse non avremmo saputo rispondere. Sapevamo che esistevano delle squadre che giocavano a palla e che si chiamavano Juventus, Internazionale (Ambrosiana), Milan, Genoa ecc. Ne scegliemmo una a caso: io la Juventus, lui l’Inter e ci giocavamo la pietanza a seconda della vittoria di una o dell’altra.Per aver maggior equilibrio avevamo la squadra di riserva io il Fanfulla, lui mi pare la Pro Patria. E così sono juventino (non fanatico) da oltre 75 anni!
    IL MIO GIOCO PREFERITO: DIRE MESSA - Però il mio gioco preferito da bimbo abbastanza solitario era dire messa. Proprio così. Nel grande giardino- orto c’era un secolare albero con alla base un grande buco. Lì avevo deposto un’ immagine della Madonna, dei bastoncini che facevano da candelieri e con poche cose passavo così il mio tempo di ricreazione. Chierichetto era Antonio, anche lui attratto dalla figura del prete tanto che (vi rivelo un segreto) dopo una visita al Santuario di N.S. del Monte avevamo progettato una fuga per andare a farci...frati, poi non attuata per evidenti motivi di opportunità. Un pomeriggio mentre eravamo in ricreazione e stavo giocando al solito a dir messa presso il mio albero, venne la superiora con una signora e un signore e ci disse: "Questi sono i benefattori che vi portano le caramelle!"
    NOI CHE SOGNAVAMO LE ‘MORETTE’ - Già, le caramelle, quelle buonissime rivestite di cioccolato con dentro un ripieno delizioso. Noi le chiamavamo "morette" per la figura stampata sulla carta di rivestimento e che le suore distribuivano in casi eccezionali e noi sognavamo anche di notte. Per una "moretta" saremmo andati… sul monte Fasce. L’uomo, credo un Dufour, venne attratto da tutto l’armamentario che avevo costruito. La superiora si affrettò a spiegare la mia propensione per le cose sacre. "Farà il prete" disse la signora compiaciuta e sorridente.
    IL REGALO PIU’ PREZIOSO -
    Passò una quindicina di giorni e venni chiamato in parlatorio. Pensavo fosse mia madre che, povera donna, veniva a trovarmi saltuariamente quando poteva e che le suore con comprensione tolleravano facendo uno strappo alla ferrea legge dell’orario. Mi trovai invece davanti il signore delle caramelle che mi consegnò un grosso pacco dicendomi: "Così potrai giocare meglio e chissà…" Ero imbarazzatissimo e non spiaccicai nemmeno un grazie. Portai il pacco in giardino e tra l’ammirazione e l’invidia dei miei compagni lo scartai, pregustando una montagna di morette! Ma la meraviglia fu ancora maggiore! Davanti ai miei occhi si materializzò un sogno, la perfetta ricostruzione a misura di bambino di tutto ciò che occorre per dire Messa: un altarino con la croce, piccoli candelieri in metallo, un piccolo calice, la pisside, la patena, l’ostensorio. Mi girava la testa, non pensavo esistessero cose così belle! Ero felice.
    Ma una cattiva sorte mi attendeva dietro l’angolo...


     


    I commenti dei lettori
    marialuisa:

    Davvero un piacere leggere questo racconto....dov'era l'istituto??? Ad Apparizione o magari a Sturla????
    Attendo con ansia il "continua"


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