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    cultura, edizione cartacea, storia locale

    01 Dicembre 2008 | in categoria/e cultura edizione cartacea storia locale

    Di quando non c'erano auto e si andava a scuola per boschi e mulattiere

    ...e di quella bambina che partiva prima per accendere la stufa e fare trovare l'aula calda ai compagni e al maestro
    Di quando non c'erano auto e si andava a scuola per boschi e mulattiere

    La val Fontanabuona ,si sa, è un gioiello incastonato nell’Appennino ligure; ha tanti paesini sparsi qua e là immersi nel verde, con chiese molto belle e campanili svettanti, uno scenario presepiale unico che le popolazioni devote e attaccatissime alle tradizioni curano costantemente. Oggi questi paesi, ma anche le piccole frazioni, sono collegate con strade più o meno larghe e asfaltate, ma al tempo dei racconti che farò, c’era soltanto la strada di fondovalle e poche altre, non c’erano macchine e per raggiungere le varie località si facevano chilometri e chilometri a piedi per sentieri e mulattiere (riuscite, giovani, ad immaginare lo scenario?).
    Quando, preso il diploma magistrale, ho iniziato ad insegnare questa era la situazione. Poiché ho vissuto fanciullezza e adolescenza lontano da casa, tornando saltuariamente, molto saltuariamente, non la conoscevo. Erano i tempi che gli scolaretti, provenienti spesso da frazioni lontane andavano a scuola con il fascetto di brughi secchi o il tronchetto di legno sotto il braccio e l’insegnante faceva il bidello, le pulizie, accendeva il fuoco e tutte le varie mansioni, coadiuvato dagli splendidi ragazzi, talvolta umiliato dal direttore didattico che nelle periodiche visite passava il dito per vedere se c’era polvere. Ho il ricordo indelebile di una bimba impagabile (gli aggettivi sono sempre inadeguati!) che, terminato il ciclo elementare, facendo un lungo tragitto di strada, incurante della pioggia e del freddo, tutte le mattine andava a scuola ad accendere il fuoco per far trovare ai suoi compagni (e al suo maestro) un accogliente tepore. Poi tornava a casa per accudire alle faccende domestiche e ai numerosi fratelli. Cara, meravigliosa Fosca ti ricordo sempre!
    Questo a Neirone quando ero già entrato in ruolo, ma prima ho vagato in tutti i paesini dell’alta Fontanabuona: Craviasco (la prima indimenticabile supplenza di una settimana!) Lumarzo, Rossi, Tasso, Tassorello, Boasi, Vallebuona, Lagomarsino, S.Marco d’Urri, Ognio, Roccatagliata, Corsiglia, Bassi di Neirone, Neirone, Moconesi Alto, Ferrada, Cornia, Serra, Cicagna, Monleone, Coreglia, Pian dei Ratti, Canevale, Orero, Isolona, Dezerega,Verzi, Monteghirfo, Castagnelo, Lorsica, Favale, Pianezza, Soglio e ne dimentico sicuramente qualcuno.
    Fare supplenza, anche un giorno era una benedizione perché , come formichine, accumulavano centesimi di punto che servivano per la graduatoria delle supplenze, ma soprattutto per i concorsi. Per raggiungere le varie località ci si arrampicava per sentieri e acciottolati, ci si trovava in povere classi sprovviste di tutto. Per far capire quanto era difficile raggiungere le sedi vi racconto di quella volta che ero stato incaricato di una supplenza a Cerese di Lumarzo. Sapevo vagamente, perché mi ero informato, dove si trovava, presi la prima corriera e scesi alla Casa Bianca di Ferriere. Nella notte una grande nevicata aveva cancellato i sentieri, così, attraversato il torrente, all’incerta, guardando attraverso gli alberi l’abitato, lentamente, passo dopo passo, affondando nella neve, salii nel bosco. Giunto sotto l’abitato e voltando lo sguardo a sinistra mi resi conto che avevo sbagliato direzione: quello non era Cerese ma Tollara. Lascio immaginare quanto sconforto e quanta stanchezza mi prese, consapevole che ancora un lungo tragitto mi divideva dalla meta…..
    Quando la “Rina”, mitica e ineguagliabile segretaria della Direzione Didattica di Cicagna mi comunicò che mi era stata assegnata la supplenza a Pannesi di Lumarzo mi parve di toccare il cielo con un dito. Era una supplenza per maternità, la più ambita perché oltre durare fino alla fine dell’anno dava la possibilità di usufruire dello stipendio anche d’estate ma soprattutto potevo programmare il lavoro e avevo la certezza della qualifica, cioè tre punti facendomi fare un balzo in avanti nelle graduatorie.
    Un po’ complicato era raggiungere la sede. Prendevo la corriera di linea Gattorna –Recco, scendevo a Colle Caprile e inforcavo la vecchia bicicletta che la collega, gentilissima, mi aveva lasciato in uso e raggiungevo Pannesi per una strada sterrata piena di buche e di grossi sassi. Andò bene per un certo periodo quando un brutto giorno, essendo in ritardo cercavo di forzare i tempi per non perdere la corriera, colpii in pieno una grossa pietra, sbandai e ruzzolai nella scarpata ritrovandomi, per fortuna, solo ammaccato ma con la bicicletta spezzata in due. Terminai l’anno scolastico facendo la strada con…il cavallo di S. Francesco!
    Erano, però, bei tempi. Bastava entrare in classe, cogliere il sorriso dei bimbi, specchiarsi nei loro occhi limpidi e fatica e disagi sparivano istantaneamente. L’estate scorsa, durante l’Expò di Calvari mi salutò una bella signora che teneva per mano una ragazzina alla quale disse: “Vedi, questo è stato il mio maestro a Pannesi”. Rimasi di sasso e nonostante uno sforzo…sovrumano per cercare di cogliere qualche lineamento che me la facesse ricordare non ci riuscii, però questo cordiale incontro dopo oltre cinquant’anni mi ha molto emozionato.
    Vittorio Rosasco


     


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