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    storia locale

    03 Giugno 2017 | in categoria/e edizione cartacea storia locale

    Lo zen e l'arte della bicicletta negli anni ‘40: i sellini sulle canne, le toppe nelle gomme e le donne con le gonne

    Lo zen e l'arte della bicicletta negli anni ‘40: i sellini sulle canne, le toppe nelle gomme e le donne con le gonne

    In quegli anni c’era la guerra, e la mobilità individuale qui da noi era limitata alla carrozza di Gamberini per chi abitava in città, alla Fiumana Bella per i fontanini, e alla bicicletta per chi aveva la fortuna di possederla. Le bici di allora erano molto professionali, pesanti e accessoriate, avevano il parafango, (quello posteriore dipinto di bianco), la catena protetta dal carter, la dinamo e il fanalino (obbligatorio) ma col vetro dipinto di nero salvo una fessura, per non essere visti dagli aerei. C’era il secondo sellino per bambini avvitato sulla “canna”, il piccolo portapacchi a molle sul manubrio e quello più capiente dietro, il campanello (obbligatorio anche lui), la borsetta per gli attrezzi appesa dietro la sella (perché si forava molto) la pompa nei suoi attacchi e il lucchetto che avvolgeva la ruota posteriore.

    COSì ANCHE AL CINEMA:
    “Niente bici, niente lavoro”

    Quanto raccontato dal nostro lettore si trova anche nei film capolavoro del dopoguerra, sempre belli da rivedere.

    “Ladri di biciclette”: Roma, 1948. Antonio trova lavoro come attacchino comunale, ma per lavorare deve possedere una bicicletta e la sua è impegnata al Monte di Pietà, per cui la moglie Maria è costretta a dare in pegno le lenzuola per riscattarla. Proprio il primo giorno di lavoro, però, mentre tenta di incollare un manifesto cinematografico, la bicicletta gli viene rubata...

    La bici dormiva in casa
    La bicicletta era di uso assolutamente utilitario, e non ludico o sportiveggiante come oggi. Serviva per il lavoro, la scuola e la spesa; i bambini si portavano a scuola seduti per traverso sulla canna, ed allo stesso modo ci si portava anche la ragazza o la moglie, e non destava nessuna curiosità il vedere questo tipo di impiego del veicolo, neppure da parte delle forze dell’ordine. Per sicurezza, la bicicletta pernottava in casa; chi doveva far le scale metteva la canna in spalla e con una mano teneva fermo il manubrio; se la bici era da donna e non aveva la canna, si avvitava un’apposita maniglia alla convergenza dei tubi del telaio in basso vicino alla pedaliera. Per le signore, che allora vestivano tutte con la gonna, che non era mini, era opportuno evitare che venisse presa nei raggi della ruota posteriore, e c’erano quindi degli appositi accessori da montare a protezione.

    La domenica dedicata alla “sacra” manutenzione
    Per mio papà, che per lavoro doveva girare tutta la Fontanabuona, era assolutamente necessario avere la bicicletta: era nera e severa come lui, e doveva essere sempre funzionante e affidabile. E quindi alla domenica si faceva la manutenzione: messa a ruote all’aria, col manubrio e la sella posti a terra, si ungevano la catena e i mozzi, si regolavano i tacchetti dei freni (a bacchetta) e si revisionavano le gomme. E qui il problema: gomme non se ne trovavano, quindi si facevano durare quelle che c’erano, con infinite pezze, a volte sovrapposte, e dove il copertone mostrava la tela, veniva riparato con pezzi ricavati da altro copertone fuori uso. Ricordo che si riusciva addirittura a creare una camera d’aria con sezioni di altre ormai irreparabili, mediante un artifizio che ormai non ricordo più, ma che richiedeva l’impiego di un manico di scopa, carta vetrata e mastice. Col risultato di avere un’andatura sobbalzante sulle ruote con bitorzoli che sfregavano nei parafanghi, ma in compenso con l’aver imparato il mestiere del ciclista (di guerra...).

    Testimonianza di Carlo Pasquali, Chiavari (in foto)






     


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