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edizione cartacea
14 Settembre 2026 | in categoria/e edizione cartacea
Un collezionista, 400 affreschi e tanti colpi di scena: che fine ha fatto il museo di Portofino Vetta?
- di Carlo A. Martigli
Finito al centro di un’indagine, resta un mistero se gli affreschi fossero originali
C’è un mistero che nasce da lontano, ovvero da una serie di affreschi che vanno dal X al XVI secolo. Quasi 400 esemplari, staccati dalle pareti di antiche chiese e trasportati nel Tigullio. Un’impresa che sembra impossibile, così come il fatto che tutti vengano acquistati da un solo uomo, il commendator Orlando Crotti.
E' lui che il 2 Marzo del 1974, dopo aver acquistato il grandioso edificio di Portofino Vetta, apre al pubblico “il museo più ricco e anche più interessante al mondo”. Ma...poco dopo l’apertura inizia una querelle che dura ancora oggi: quegli affreschi sono veri o sono falsi? La storia dell’arte ci insegna infatti che a incoraggiare questa produzione sia stata la commercializzazione della cultura. E dagli anni ’50 la produzione di falsi colpì anche il settore degli affreschi.

Il primo colpo di scena
Nel luglio del 1971, ancora prima dell’apertura del museo, ecco una duplice perquisizione operata dal Nucleo Regionale di Polizia Tributaria della Guardia di Finanza di Firenze: nel corso di indagini per il recupero di opere d’arte trafugate e illecitamente detenute o commerciate, risulta che nel Castello di proprietà di “Crotti Comm. Orlando” (in teoria antiquario, ma risulta da un’indagine suppletiva che non lo è) in San Giorgio Monferrato “trovasi un numero cospicuo (duecento circa) di affreschi di illecita provenienza”. Affreschi assimilabili ad altri undici del XIV secolo, sequestrati a Terni l’anno precedente. Allora gli affreschi sono veri ma di illecita provenienza. A conferma, da una perizia ordinata dal procuratore e condotta dai restauratori Leonetto Tintori e Alfio Del Serra della soprintendenza di Firenze, esperti della tecnica di realizzazione e distacco degli affreschi, viene stabilita l’autenticità di trecentosei dipinti; dei restanti, ventisette sono ritenute contraffazioni, mentre cinquantasette risultano alterati da pesanti ridipinture. La valutazione dei periti evidenzia inoltre la generale cattiva qualità dei distacchi, effettuati in maniera superficiale e frettolosa, che giustifica l’effetto di appiattimento della pittura, alterandone l’aspetto naturale. Crotti è quindi colpevole.
Il secondo colpo di scena
Mentre il processo va avanti, un collegio di periti suggerito dal ministero, tra i quali Franco Sborgi dell’Università di Genova, dichiara che gli affreschi sono opera di una «mano piuttosto rozza e incolta del XX secolo». Ma... se gli affreschi sono falsi, cade l’accusa dell’illecita provenienza. Alla fine, nel caos generale, il commendator Crotti, stressato, chiude il museo, vende Portofino Vetta e trasporta gli affreschi nel castello di sua proprietà a San Giorgio Monferrato. Dove, chi vuole, può andarli a vedere, ma capire se siano falsi o veri, resta peraltro un mistero.
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