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edizione cartacea
10 Giugno 2026 | in categoria/e edizione cartacea
Cosa - o meglio chi - si aggira tra le colonne della Cattedrale di San Lorenzo?
STATE ATTENTI, IL 24 GIUGNO È VICINO
Questo racconto è dedicato a un professore che non credeva ai fantasmi e a tutti coloro che non vorrebbero mai trovarsi in quel luogo e a quell’ora. Create silenzio e ascoltate, più che leggere…
Era la notte del 23 giugno 1898, vigilia di San Giovanni. La pioggia cadeva sottile sui caruggi di Genova e il vento del porto saliva lungo le strade come un respiro antico. Le campane della Cattedrale di San Lorenzo avevano appena battuto le undici quando il professor Emilio Vivaldi della Pendola attraversò la piazza, stretto nel suo mantello nero. Aveva quarantasei anni, insegnava storia medievale all’Università e non credeva ai fantasmi.
Credeva però ai documenti.
E il documento che portava nascosto nella tasca interna della giacca gli aveva fatto perdere il sonno per settimane. Lo aveva trovato nell’Archivio Arcivescovile, dimenticato dentro una cassa di pergamene annerite dall’umidità. Si trattava di un foglio del Seicento, copia di un testo ancora più antico. Sopra, in latino sbiadito, vi era scritto: “Nocte Praecursoris, cum urbs dormit et mare silet, antiqui magistri ad opus suum redeunt. Vae eis qui eos usque ad finem ascensionis observant.”
Presa la penna lo aveva tradotto con facilità “Nella notte del Precursore, quando la città dorme e il mare tace, gli antichi maestri tornano alla loro opera. Guai a chi li osserva sino al termine della salita.”
Il professore aveva sorriso leggendo quelle righe. Superstizioni medievali. Nulla più. Eppure, qualcosa lo aveva colpito.
Forse l’ultima frase annotata a margine da una mano diversa: “Canonicus Rivarola eum vidit. Tribus diebus post sine voce mortuus est.” Il Canonico Rivarola lo vide. Tre giorni dopo morì senza più voce.
Non tanto la frase ma quell’eum, quel lo. Vide che cosa?

Era notte fonda ormai e alzò lo sguardo verso la facciata della cattedrale.
Le bande bianche e nere di marmo sembravano più scure sotto la pioggia. Le statue sopra il portale parevano vive nella luce tremolante dei lampioni a gas. E i leoni di pietra all’ingresso avevano l’aria di custodire qualcosa di più antico della fede stessa. Nella piazza deserta solo un mendicante dormiva sotto i portici.

Bussò alla piccola porta laterale riservata al clero.
Dopo alcuni istanti comparve don Lorenzo Balestrieri, canonico della cattedrale, uomo magro e nervoso, con occhi troppo chiari.
«Siete venuto davvero.»
«Come promesso.»
Il prete esitò.
«Non dovremmo farlo.»
«Avete accettato voi stesso di mostrarmi ciò che accade.»
«Io non ho detto che accade davvero.»
L’interno odorava di pietra bagnata, incenso spento e cera antica. Immensa, vuota, la navata centrale si perdeva nell’ombra. Le colonne salivano come tronchi giganteschi verso le volte invisibili. Ogni passo produceva un’eco lenta.
Don Lorenzo guidò il professore fino alla cappella di San Giovanni Battista, dove erano custodite le reliquie:
«Secondo la tradizione - sussurrò - cominciano sempre dopo mezzanotte.»
«Chi?»
Il prete non rispose. Salirono una stretta scala nascosta nel muro, fino a un piccolo matroneo che dominava la navata dall’alto. Da lì si vedeva tutto.
«Aspetteremo qui.»

Emilio Vivaldi della Pendola tirò fuori l’orologio. Undici e cinquantasette. Il vento fischiava all’esterno. La pioggia batteva contro le vetrate. Poi, lentamente, Genova sembrò spegnersi. Anche il rumore del porto svanì. Niente carri. Niente voci. Niente mare. La mezzanotte arrivò con un singolo rintocco profondo. E subito dopo sentì qualcosa. Un colpo. Metallico. Come una scalpello su una pietra. Si irrigidì. Un altro colpo. Poi un altro ancora. Venivano dal fondo della cattedrale. Don Lorenzo impallidì.
«Non guardate troppo a lungo», mormorò.
Dal buio vicino all’ingresso emersero delle figure.
Prima una.
Poi dieci.
Poi molte altre.
Uomini.
Avanzavano lentamente nella navata.
Trasparenti.
Non del tutto visibili, ma nemmeno ombre. Indossavano tuniche da artigiani medievali, grembiuli di cuoio, cappucci, mantelli consumati. Alcuni portavano corde, altri martelli, squadre, scalpelli. Nessuno parlava, mentre il suono del lavoro riempiva la cattedrale. Pietra battuta. Legno trascinato. Respiri.
Il professore sentì il sangue gelarsi. Le figure li ignoravano del tutto. Camminavano come se la cattedrale fosse ancora incompleta. Uno di loro salì su un’impalcatura invisibile vicino alle colonne. Un altro passò attraverso un banco. Altri trascinavano enormi blocchi di marmo che svanivano subito dopo.

Il professore si aggrappò alla balaustra: «Chi sono?»
Don Lorenzo parlò senza staccare gli occhi dalla navata: «I costruttori.»
Le apparizioni continuavano ad affluire dal fondo della chiesa, ormai erano centinaia tra muratori, scalpellini, maestri comacini, giovani garzoni con un berretto floscio in testa. Tutti morti da secoli. Tra loro apparve allora una figura diversa. Un uomo alto, con barba scura e un mantello pesante. Portava al collo un compasso d’argento. Gli altri sembravano obbedirgli.
«Chi è quello?»
«Il Maestro.» Il prete si fece il segno della croce.
L’uomo si fermò improvvisamente. Molto lentamente alzò il volto. E guardò verso il matroneo.
Proprio verso di lui: gli occhi non avevano pupille. Erano cavità bianche. Un gelo atroce gli penetrò nel petto.
«Non guardatelo!» sussurrò don Lorenzo con voce rotta.
Troppo tardi. Il Maestro mosse un passo avanti. Poi un altro. Non camminava. Scivolava. E mentre avanzava, tutte le altre figure smisero di lavorare. Il silenzio precipitò sulla cattedrale.
Centinaia di volti pallidi si sollevarono all’unisono verso il matroneo. Sembrava che l’intera cattedrale respirasse. La voce del Maestro sembrava provenire dalla pietra stessa:
«L’opera… non è compiuta.»
Le candele si spensero. Don Lorenzo cadde in ginocchio. Il professore tentò di arretrare ma le gambe gli cedettero. Il Maestro continuava a salire, gradino dopo gradino.
Pur senza toccare la scala. In quel momento il professore alzò gli occhi e vide qualcosa che nessun uomo avrebbe dovuto vedere: sopra le volte della cattedrale, oltre la pietra, oltre il tetto, appariva un’altra San Lorenzo. Immensa e incompleta. Una cattedrale impossibile, infinita, costruita non per uomini ma per anime. Con i morti che lavoravano ancora da secoli per terminarla. Le colonne salivano nel buio del cielo. Ponteggi enormi oscillavano sopra Genova. Campane senza fine suonavano nel vuoto. Il professore gridò, o almeno credette di farlo. Perché nessun suono gli era uscito dalla bocca. Il Maestro era ormai davanti a lui, il volto pallido del fantasma appena inclinato.
«Tu hai visto che ogni pietra ricorda»
Tutto svanì. Il mattino dopo trovarono il professor Emilio Vivaldi della Pendola seduto da solo nel matroneo della cattedrale. Vivo, ma senza più voce. Per anni continuò a tornare ogni vigilia di San Giovanni, sedendosi nella stessa identica posizione fino all’alba. Fissava le volte della cattedrale a occhi spalancati per cercare di ascoltare, qualcosa o qualcuno. Dopo la sua morte, avvenuta nel 1911, don Lorenzo fece murare la piccola scala che conduceva al matroneo. Ma ancora oggi, secondo alcuni custodi della cattedrale, nelle notti di pioggia vicine a San Giovanni si sentirebbe provenire dall’alto un suono ritmico. Scalpelli sulla pietra. E talvolta, alzando gli occhi verso le navate oscure, qualcuno giura di vedere uomini silenziosi che lavorano lentamente, continuando un’opera che non finirà mai.
Attenzione, quindi: se vorrete ancora avere voce, nella notte di San Giovanni, non seguite l’esempio dell’esimio professor Emilio Vivaldi della Pendola.
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