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    cultura e tradizioni

    05 Marzo 2012 | in categoria/e cultura sport

    Curiosità su due ruote: chi l'ha inventata, i riferimenti nel Levante e ‘il diavolo in gonnella'

    Curiosità su due ruote: chi l'ha inventata, i riferimenti nel Levante e ‘il diavolo in gonnella'

    Ah, la bicicletta! Quante cittadine del nostro Levante si possono attraversare passeggiando su due ruote! Sul lungo Entella è un via vai continuo di gente che attraversa il famoso vialetto dedicato proprio a Gino Bartali, uno dei più famosi ciclisti. Che bell'idea la pista ciclabile! Un caloroso grazie a chi si è battuto, a suo tempo, per ottenerla. E che bella invenzione la bicicletta! Ma quando fu inventata e da chi?
    Dal velocipede alla minchaudina
    Fu un italiano, Don Francesco Peretti che, nel 1616, creò il primo velocipede, ovvero un cocchio azionato dalle gambe del conducente, mediante un congegno interno a manovella. Eh, la creatività degli Italiani è ben nota! A Parigi, però, nel 1791 comparve il celerifero: ci si saliva a cavalcioni, ma si spingeva coi piedi. Nel 1838 invece uno scozzese creò una bicicletta con una grande ruota sul davanti munita di pedivelle.
    Poco dopo fu inventata la “michaudina”, una bicicletta col freno a leva. Le donne dell'epoca, pur di salirvi, cominciarono a indossare i pantaloni rigonfi sullo stile orientale, scoprendo una parte delle gambe. Nel 1874 invece, un certo James Stanley, creò una bicicletta con una ruota munita di raggi, un sellino laterale e un solo pedale. Ma è d'obbligo ricordare che già nel 1885, per le strade di Milano, circolava il “bicicletto” realizzato dal signor Edoardo Bianchi. E allora è vero che gli italiani sono geniali!
    La rivoluzione dello pneumatico
    Nel 1888 con l’invenzione dello pneumatico da parte del signor Dunlop, la bicicletta assunse l’aspetto che conosciamo. Oggi abbiamo modelli di tutti tipi da quelli in lega leggera, a quelli chiamati ”Riciclette” e “Superbike”: la prima è una bicicletta ecologica, costruita con materiali riciclati quali alluminio e plastica. La seconda è il primo tipo di bicicletta marina, composta da una tavola da surf, munita di un manubrio, di un sellino regolabile e di pedali.
    Mestieri su due ruote
    Quanti  mestieri  sono nati in sella ad una bicicletta! Il gelataio, atteso con gioia soprattutto dai bimbi che vi si accalcavano intorno con le 10 o le 20 lire in mano per avere due cialde che racchiudevano il gelato, oggi si chiama biscotto; l'arrotino che svolgeva il suo lavoro continuando a pedalare per trasmettere energia alle mole; il postino che percorreva anche chilometri in aperta campagna con il bello e il brutto tempo; il barbiere che arrivava fischiettado anche musiche d'opera con forbici e rasoi ben affilati su quella striscia di cuoio; il calzolaio che proponeva sempre l'ultima sua creazione elogiando la morbidezza della pelle usata per confezionare quelle scarpe che, a suo dire, una volta indossate, avrebbe fatto volare l'acquirente; lo straccivendolo che quasi s'intrufolava nei luoghi più nascosti delle case per trovare stracci o ferri vecchi; il lattaio con il suo “capirone” di alluminio che ci versava il latte con un misurino in alluminio, dal lungo manico. Molti ricorderanno anche un'altra figura:  il sarto. Arrancava con la sua  bicicletta anche per luoghi impervi, pur di riuscire a racimolare pranzo o cena, perché dopo aver cucito orli o messo toppe veniva pagato coi prodotti della campagna: farina oppure uova. E quando era fortunato e preparava un paio di pantaloni, poteva restare ospite nella stalla o in casa, lavorando fino a notte fonda al lume della lucerna e la gente di casa, che se ne andava a dormire, lo salutava così: “Bona nota, sartor!” Una volta terminato il suo lavoro, riceveva una o due galline e una micca di pane, congedandosi.  Questo accadeva  prima e dopo la seconda guerra mondiale, ma con l'acquisto, anche tra luoghi sperduti, della macchina da cucire, dell'opera del sarto non si ebbe più bisogno.
    La prima donna al Giro d’Italia
    Al suo paese (Riolo di Castelfranco Emilia) la chiamavano “il diavolo in gonnella” per la sua spregiudicata passione per le due ruote e i suoi genitori avevano cercato di indirizzarla verso un mestiere ‘più femminile’. Tutto inutile. Alfonsina Morini riuscì a realizzare il suo sogno per merito del suo primo marito, Luigi Strada (il destino anche nel cognome?),  un uomo intelligente e senza pregiudizi, che anzichè ostacolare l’amata sposina la appoggiò, tanto da donarle il giorno delle nozze una bicicletta da gara! Un grande amore, confermato l’anno successivo quando la coppia si trasferì a Milano e Alfonsina cominciò ad allenarsi sotto la guida del marito. E nel 1924 fu ammessa al Giro d’Italia, prima donna della storia. Gareggiò su strade sterrate, con un mezzo che pesava venti chili e senza cambio. Non vinse, ma giunse al traguardo dove fu osannata e portata in trionfo come si fa coi grandi campioni. E ben trentasei volte vinse gare ciclistiche contro uomini. Rimasta vedova, sposò un ex ciclista e si occupò con lui di una rivendita di cicli, andando al lavoro ogni mattina con la sua bicicletta, finché un giorno, stanca di pedalare, si comprò una moto Guzzi, ma proprio con quel mezzo, si concluderà la sua vita a 68 anni nel 1959.

    Florinda Donelli



    Tratto da CORFOLE! del 3/2012, con 25.000 copie gratuite: la testata più diffusa del Levante © Riproduzione vietata


     


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