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    cultura

    00 Luglio 2008 | in categoria/e cultura

    Di quando il torrente sostituiva il mare, la pescheria e...la lavatrice

    Di quando il torrente sostituiva il mare, la pescheria e...la lavatrice

    Che bello quando nei fiumi ora abbandonati c’era la vita: si faceva il bagno, si giocava e si lavavano i panni   “Tutti al mare….tutti al mare….”  con quel che segue, recitava una canzone-tormentone di qualche anno fa .Oggi chi vuole può recarsi in macchina, in moto, in motorino o col bus di linea sulle spiagge di Chiavari o di Lavagna per crogiolarsi al sole e fare i bagni. Vi racconto come e dove si facevano i bagni prima, durante e anche subito dopo la seconda guerra mondiale quando non c’erano mezzi (oggi riesce difficile pensarlo!). Raccontare il passato oltre che rinnovare ricordi e sensazioni in chi l’ha vissuto è motivo per i giovani, di raffronti con la realtà attuale: spesso è fonte di meraviglia per fatti e circostanze ora serie, ora gustose, ora festose,ora tristi, ora quasi incredibili. Questa volta voglio raccontarvi….i torrenti di quand’ero ragazzo. Erano chiamati sempre, un po’ pomposamente, fiumi (sciummi) anche quando la portata d’acqua era meno che torrentizia. Sono sempre stato affascinato dai meravigliosi scorci  paesaggistici e naturalisti rimasti intatti nel tempo,  con il gorgoglio dell’acqua che scorre tra i sassi come una dolce musica ma, a differenza di allora, oggi c’è silenzio. Rari pescatori sportivi saltano da un sasso all’altro nella speranza di catturare qualche trota iridea  che la Provincia ogni anno immette per il ripopolamento. Allora c’era abbondanza e varietà di pesci: trote fario, barbi, carpe, vaironi, anguille, ma soprattutto c’era vita, movimento, voci, grida. Le donne andavano a lavare i panni nella corrente, li insaponavano, li sfregavano sulle assi messe oblique o sugli scogli e quindi , dopo averli sbattuti energicamente sugli stessi venivano  distesi ad asciugare sulla sabbia. Se volevano candeggiare meglio li passavano precedentemente nella “lisciva” (cenere setacciata e bollita). Nella buona stagione i ragazzi trascorrevano molto tempo nel “fiume” a pescare con la canna, col retino o alzando i sassi delicatamente dove immancabilmente c’era una anguilla e la …..infilzavano con una forchetta. Altra pesca redditizia era quella col “mazzo” fatta quando, dopo un temporale  veniva la piena con acqua torbida e limacciosa. Si trattava di infilare i lombrichi in un filo resistente avvolto e legato ad una lenza. Ci voleva grande abilità perchè le anguille, abboccando impigliavano i denti nel filo e venivano, con uno strattone preciso gettate a riva. Confesso che ho provato qualche volta anch’io ma riuscivo solo ad alzarle a metà altezza, e ricadevano immancabilmente nell’acqua. Il campione assoluto era sicuramente Dante del Moderno! Anche i più piccoli si divertivano a pescare gli avannotti di vaironi col fazzoletto tenuto per i quattro lembi badando di non scivolare sugli scogli melmosi. C’era anche chi, purtroppo, pescava con la corrente elettrica determinando luttuosi incidenti. Ma il gran divertimento era, nella bella stagione, fare il bagno. Ogni pozza, ogni avvallamento più o meno profondo era chiamato “lago”. C’era il lago della Fontana,  del Mugnaio, del Maggio, del Margarezzo,  delle Fascette, della Gnocca (oggi scomparso perché completamente insabbiato) C’era pure il lago Pessin che mio padre, con saggezza popolare riferita a persone arroganti, superbe, potenti, indicava come esempio di alternanza di buona e cattiva sorte. Diceva: “ Anche il lago Pessin una volta aveva cinque uomini d’acqua ( cioè una profondità di 7-8 metri) adesso ne ha solo due (3-4m.) Ci si divertiva , fra urla e schiamazzi, a sguazzare nell’acqua, a nuotare, a spruzzarsi l’acqua, a fare i tuffi. Preferito era il lago delle Fascette, posizionato in luogo comodo e sopra il quale si elevava una roccia dalla quale tuffarsi. Di questo lago ho un ricordo triste. In un pomeriggio dell’estate 1944 eravamo in tanti, ragazzini e giovanotti. Abbiamo nuotato, fatto i tuffi, ci siamo spruzzati vicendevolmente poi ci siamo distesi al sole a chiacchierare. Vicino a me c’era un giovane che, per darsi delle arie, accese una sigaretta infilandola in una pipetta di legno e osso. Lo conoscevo bene perché era mio vicino di casa e perché talvolta mi…proteggeva dai piccoli soprusi dei più grandi. “Che bella” gli dissi tanto per dir qualcosa. “Ti piace? Te la regalo, tanto parto per il militare” mi annunciò con un certo orgoglio. Fu mandato in Russia e non tornò più. Ancor oggi conservo nel Piccolo Museo del Giocattolo la pipetta del mio sfortunato amico Gino Pussino.                                                


     


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