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edizione cartacea
19 Settembre 2026 | in categoria/e edizione cartacea
“Per salire alla croce sul Cervino mi sono immerso al Cristo degli Abissi”
- di Michela De Rosa
Giovanni De Ferrari, commerciante di Gattorna con la passione per l’alpinismo, è riuscito in un’impresa che in pochi osano: scalare una delle vette più pericolose al mondo.
Sei anni, tanto ha dovuto aspettare per coronare il sogno di ogni alpinista: scalare il Cervino.
"Era il 2020, salivo verso la Capanna Margherita (il rifugio alpino più alto d’Europa, situato a 4.554 metri di altitudine nel massiccio del Monte Rosa) quando la “Grande Becca” mi ha letteralmente stregato”, racconta Giovanni De Ferrari, 42 anni, di Gattorna Val Fontanabuona.
E' questo l’effetto che fa a chiunque la guardi, con la sua forma triangolare perfetta, come le montagne che disegniamo fin da bambini. Ma l’estetica inganna. È una montagna difficile, tra le più letali del pianeta.

Per salire alla vetta si è allenato nel mare di Camogli
Per toccare quella croce a 4.478 metri i muscoli non bastano, è la testa a giocare un ruolo chiave: “Il vero viaggio è iniziato mesi fa, con un allenamento logorante: corsa, pesi, arrampicata e alcune tappe di avvicinamento per guadagnare la sicurezza necessaria. Dalla selvaggia Cresta Sigismondi sull’Argentera alle placche verticali del Dente del Gigante sul Monte Bianco, passando per l’acclimatamento in quota sul Breithorn occidentale. Ho voluto inserire un’immersione al Cristo degli Abissi a San Fruttuoso per allenare la respirazione e la gestione dello stress”.

Il programma di anni andato a monte in un attimo
E finalmente, dopo diversi rinvii per maltempo, il 21 luglio si è aperta la finestra climatica ottimale per tentare la scalata, ma non è andata come previsto: “Tutta la preparazione era volta a salire dal versante svizzero, ma pochi giorni prima hanno chiuso la via perché è morto un alpinista e sono avvenuti dei crolli. Così siamo stati costretti a salire dal versante italiano, la cosiddetta Cresta del Leone, poco più corta ma molto più difficile e insidiosa”.
E la sfida non ha fatto sconti a nessuno: “Abbiamo beccato penso una delle giornate più fredde dell’estate, con temperatura percepita di 10 sottozero; la cresta del leone si sviluppa tutto sul versante Ovest e dalle quattro alle nove di mattina non hai mai sole, quindi c’era un freddo cane”.

Ma la vera “tormenta” si scatena nei polmoni e nel cervello: “A 4.500 metri l’ossigeno scende di circa il 40%, tutto diventa più difficile, sia a livello motorio che mentale. L’anno prima ero andato in Turchia sull’Ararat, oltre 5.000 metri, e lì ho patito il mal di montagna in modo pesante, quindi avevo questo timore. Difatti poi dai 4.100 a salire sono stato male: mal di testa, nausea... però non ho mai avuto l’intenzione di mollare”.

Prima la sicurezza, poi la felicità
“Quando sono arrivato in vetta, a dire la verità non me la sono goduta: sapevo che la maggior parte degli incidenti avviene nella fase di rientro, perciò ero focalizzato sul mantenere lucidità. Solo una volta arrivati al rifugio mi sono potuto rilassare e ho realizzato cosa avevo appena fatto. è stato bellissimo, anche perché mi sono avvicinato tardi all’alpinismo. Questa impresa mi ha insegnato che pazienza e preparazione sono la strada per ottenere qualcosa di straordinario”.
Ora che è tornato tra i camini e le stufe del suo negozio, chissà come sembrano piccoli i monti della Fontanabuona.

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