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    edizione cartacea

    10 Marzo 2026 | in categoria/e edizione cartacea

    Quando il rosa era un colore da maschi

    Quando il rosa era un colore da maschi

    Oggi viene descritto come un colore “delicato, femminile e frivolo”, ma fino al ‘900 era “forte, potente” perché richiamava il sangue
    Alle femmine era riservato il blu “più delicato e grazioso”

     

    Nel 2022, durante la pandemia, il Sindacato Autonomo di Polizia protestò contro il colore delle mascherine FFP2 fornite agli agenti di alcune questure. Il problema? Erano rosa e per questo non “consone” alla divisa. Il colore sarebbe indecoroso per un poliziotto e toglierebbe autorevolezza, a differenza di altri colori come bianco, azzurro e blu. Ma fino a pochi decenni fa valeva esattamente il contrario! Questo dovrebbe far riflettere su quanto certi concetti che sembrano scritti nella pietra siano invece labili e insegnarci a prendere tutto con molta più leggerezza.



    Fino al ‘900 simbolo di forza

    Fino agli inizi del 1900, il rosa era associato alla forza maschile. I maschi indossavano spesso questo colore perché deriva del rosso, ritenuto più aggressivo del “calmo” blu, associato invece al femminile. Il ragionamento aveva probabilmente a che fare con la composizione del colore, un miscuglio tra il «virile» rosso del sangue e il bianco che rappresentava la purezza di spirito. Probabilmente era questa l’interpretazione che portò Beato Angelico a raffigurare in un suo affresco del ‘400 l’Arcangelo Gabriele vestito di rosa. Mentre l’azzurro, legato al velo della Madonna, era considerato più calmo e adatto alle femmine.


    Ancora nel 1918 la rivista specializzata in vestiti per bambini, Earnshaw’s Infants’ Department, specifica che: “la regola comunemente accettata è che il rosa sia per i bambini, il blu per le bambine. Questo perché il rosa è un colore più forte e deciso, più adatto ad un maschio, mentre il blu, che è più delicato e grazioso, è più adatto alle femmine”. 
    C’è poi un equivoco su un grande romanzo: ne “Il grande Gatsby” di Francis Scott Fitzgerald (1925), il protagonista si presenta a un pranzo vestito di rosa e viene criticato da uno dei presenti; questi in realtà si riferisce al “pink seersucker”, un cotone molto leggero proveniente dall’India, col quale si confezionavano i vestiti per il personale di servizio.

    Negli anni Venti diventò di moda fra i giovani dandy americani, che però non erano appunto visti di buon occhio dai ricchi più tradizionalisti.
    Nel 1927 il Time realizzò un sondaggio fra tutti i grandi magazzini e i maggiori negozi di vestiti negli Stati Uniti: risultò che il blu e il rosa erano interscambiabili, con una lieve preferenza del rosa per i maschi e del blu per le femmine. 

    Le cose cambiano tra gli anni Trenta e Quaranta

    Il periodo tra le due Grandi guerre è sicuramente cupo e a questo si aggiunge l’avvio del “mondo degli affari”. Gli uomini non lavorano più solo nelle fabbriche o nei campi - agricoli o di battaglia -, ma anche negli uffici e iniziano a vestire con colori sempre più scuri. Contemporaneamente si sviluppa l’industria del cinema e con esso quello della bellezza, una bellezza sempre più mostrata, andando a scoprire la pelle, specie delle donne; ed ecco che il rosa viene associato alla nudità e al femminile. L’abbigliamento dell’infanzia comincia a seguire questa nuova visione, ma non è ancora così diffusa. 


    Col boom economico il mondo diventa “rosa”

    Addio privazioni e tristezza, c’è bisogno di leggerezza. E leggeri, tenui, sono i colori che riempiono le case, l’abbigliamento, i beni di consumo, gli elettrodomestici e le automobili. Tanto che nel 1950 si parla di Pink Boom: le donne, che fino a ieri hanno mandato avanti da sole la società, la famiglia, i campi e le fabbriche mentre gli uomini erano in guerra, vengono chiuse nella nuova gabbia dorata, la casa, come “graziosi oggetti” annessi al marito. La vita in rosa, una finzione fatta di perfezionismo, regole sociali e preoccupazione per l’estetica, diventa l’unica “occupazione da donne”, cancellando tutte le sue aspirazioni personali e professionali. L’impatto psicologico e sociale è devastante e negli anni ‘60 e ‘70, il rosa associato alla femminilità viene messo in discussione. In uno dei testi più importanti dell’epoca, Betty Friedan illustra il «problema inespresso» che rende infelici e depresse le donne. Ed ecco che emerge la figura della «donna infantile, che rimane a casa come una bambina tra i suoi figli, passiva, senza alcun controllo sulla propria esistenza». Molto apprezzato fu in quegli stessi anni il fumetto dei Barbapapà, dove non era un caso che il padre fosse rosa e la madre nera.

    Colori divisi: un trucco per vendere di più

    Ed eccoci agli anni ‘80, con l’esplosione della tv commerciale e della pubblicità: gli schermi si riempiono di spot di scarpe, giocattoli, vestiti e perfino alimenti “per lui” e “per lei”, rigorosamente schierati nei colori blu e rosa. Una furba strategia di marketing per moltiplicare i fatturati prodotti dalla nuova gallina dalle uova d’oro: i bambini. A partire da fiocchi e palloncini ancor prima di essere in culla...

     


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