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edizione cartacea
10 Marzo 2026 | in categoria/e edizione cartacea
Le croci sul Passu Sèntu Cruse
Oggi è il paradiso degli escursionisti, ma è stato un luogo infernale
“Un piccolo passo per l’uomo, un grande balzo per l’umanità”. Lo disse l’astronauta Neil Armstrong quando il 20 luglio del 1969 posò lo scarpone sul suolo della luna.
Ma cos’è un passo? Etimologicamente viene dal latino passum, che nel medioevo stava a indicare qualcosa “stesa a seccare”. In origine però significava il momento del distendere le gambe per camminare, la distanza tra due orme. Qualcuno collega tuttavia passum da patior, soffrire, da cui il patimento. Ma c’è un ulteriore significato che nel caso che andiamo a esaminare, collega tutte le espressioni. Ovvero il passo, inteso come valico, il punto più alto per collegare valli e versanti opposti. Così è il Passo delle Cento Croci, che divide Liguria ed Emilia-Romagna. La strada per arrivarci parte da Varese Ligure e le sue curve la rendono il paradiso dei motociclisti. Ma la sua storia è molto più vicina a misteri infernali.
Il Passo delle Cento Croci non è un luogo che si attraversa senza sentire addosso il peso delle storie che vi sono rimaste intrappolate. Anche nelle notti serene, quando il vento si limita a piegare l’erba dei crinali e la luna illumina la linea scura dei faggi, si ha l’impressione che qualcuno osservi da lontano. Per secoli, infatti, questo valico sospeso tra la Val di Taro e la Val di Vara è stato terra di agguati. Chi saliva dal mare, lasciandosi alle spalle il golfo della Spezia, arrivava fin lassù già stremato: muli carichi di sale, di olio o di stoffe arrancavano tra pietre e fango. Il tratto più pericoloso era proprio quello finale, quando il sentiero usciva dal bosco e si esponeva al cielo aperto. Non c’erano ripari, non c’erano villaggi, soltanto vento e silenzio. Ed era lì che i briganti aspettavano. Briganti, non banditi romantici, quelli dei film ambientati nell’800. Era gente che sapeva come muoversi tra quelle rocce, dietro le quali si appostavano per colpire alle spalle, per fame o per guadagno. Un colpo di schioppo, i muli che s’impennavano e scappavano, lasciando i mercanti alle prese del gelo e della morte.
Morte che veniva a volte segnalata con una croce, non tanto per pietà, ma per spaventare. Ed erano tante le croci, fatte di pezzi di legno, e quando il vento soffiava forte, producevano un suono secco, come ossa che battono tra loro. Una fra le tante storie misteriose di quel luogo racconta come, in una notte d’inverno, era la metà del ‘700, un mercante tentò la traversata, nonostante la neve alta, con due servi e una guida che lo aveva avvertito dei pericoli. Vicino al passo li assalì una tormenta di neve, che cancellò il sentiero. Fu allora che in mezzo a quel turbinio apparvero delle ombre e dei cappucci scuri emersero dal biancore. La guida venne uccisa per prima, poi toccò ai servi. Il mercante fu denudato fino a quando non rivelò dove avesse nascosto il denaro. Solo in primavera alcuni pastori, durante la transumanza trovarono delle ossa sparse e una cassa di legno vuota. Tutti sapevano che il passo era maledetto e solo la necessità spingeva le carovane ad attraversarlo, magari dopo che un prete le aveva benedette.
Passandoci, vedrete un valico tranquillo, prati e boschi. Ma se vi fermate, se il vento cambia direzione, nel silenzio potrete sentire un rumore lontano di campanacci, grida soffocate e lo schiocco secco di un fucile a pietra. È il passato che trattiene la memoria delle cento croci.
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