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    edizione cartacea, storia locale

    di Michela De Rosa | 12 Marzo 2018 | in categoria/e edizione cartacea storia locale

    Alberto Colajanni, da campione di boxe a postino: “la vita mi ha messo al tappeto, ma mi sono rialzato”

    Alberto Colajanni, da campione di boxe a postino: “la vita mi ha messo al tappeto, ma mi sono rialzato”

    di Michela De Rosa
    >
    “La boxe non mi piaceva, poi lessi un articolo su un giovane pugile e rimasi stregato: fu così che Mike Tyson segnò la mia strada”

    > Da Moconesi a Campione Italiano fino al ko ai mondiali: “Non ero psicologicamente pronto”

    > Poi una lettera: “Non puoi più combattere”. E si trova a fare il postino

    >La nuova vita da allenatore: “Se tornassi giovane ascolterei i consigli di chi ha esperienza”


    Immaginate un bambino che tra gli anni ‘70 e ‘80 cresce a Cornia, frazione di Moconesi tra le colline fontanine. Totale 152 abitanti. Una vita semplice dai tratti ancora contadini, i vicini che si conoscono tutti, pochi cognomi sempre quelli, un piccolo mondo, sicuro, conosciuto. Tenete a mente questa immagine.

    Un articolo che cambia la vita
    Come molti liguri anche la famiglia Colajanni ama trascorrere le vacanze in Trentino e l’estate 1986 segna per sempre la vita di Alberto: “Eravamo in campeggio e il 18 luglio siamo andati a Vipiteno a vedere il Milan in ritiro, l’indomani ho preso “L’Intrepido” per leggere gli articoli di calcio, giro pagina e... sbam! vedo la foto di questo ventenne, con i titoli che lo danno già prossimo al mondiale. Mi ha colpito come una scintilla, il suo modo di vincere, di combattere. Ho sentito un richiamo, come se mi avesse svegliato, e da quel momento ho deciso che dovevo seguirlo”.
    Quel pugile era Mike Tyson e pochi mesi dopo divenne davvero il più giovane campione mondiale della storia. Ad Alberto si apre un mondo: “Ho iniziato a informarmi, a seguire la storia, gli incontri, la vita dei pugili, perfino il cinema. Facevo domande anche a mio padre, un mite postino, ma lui odiava la boxe. Però si ricordava il match del ‘71 Frejer-Alì e mi fece la cronaca a memoria”.


    Il Destino ti chiama dove meno te lo aspetti
    Alberto gioca a calcio da anni, ma lo abbandona nell’87, mentre la mania per Tyson si fa sempre più forte. Manca però una molla, qualcosa che gli faccia prendere quella strada. E come solo la vita sa fare, gliela manda nel modo e nel posto più impensabili: “nell’88 inizio il liceo turistico a Chiavari. Erano tutte donne e solo tre maschi. La professoressa di stenografia ci domanda che sport facevamo, io rispondo “ora nulla”, poi uno degli altri due dice “boxe”. Appena lo ha detto mi sono girato verso di lui, gli ho chiesto dove si allenava e a dicembre mi sono iscritto nella stessa palestra.”


    Tito Copello e la sua palestra di chiavari
    “Il primo giorno varco la porta e vedo un signore, Tito Copello, poi Bruno Martini che allenava dei ragazzi e Stefano Vassallo che si allenava al sacco facendolo volare di qua e di là. E sentivo parlare di Tyson. Era come se fossi al mio posto”.
    Ma la strada è ancora lunga: “Iniziamo i movimenti base e mi sembrava di essere negato: mi diceva Bruno “stai sciolto, meno rigido” però aveva già visto che ero veloce e forte”. Martini resta il suo allenatore fino al ‘90 poi cambia palestra, così subentra Tito che fino a quel momento non aveva visto molto in Alberto, “ma poi mi disse che potevo vincere un europeo e arrivare ai mondiali, “Però devi farti il mazzo””.


    A maggio  ‘92 debutta al Palazzetto di Sestri contro un pugile che aveva vinto tre match con tre KO: “Parto scoraggiato. Ma era venuto a vedere l’incontro Visentin, ex campione Europa pesi leggeri, e mi mostra delle tecniche; faccio l’incontro e stravinco”. Inizia così l’ascesa sportiva di Alberto.
    Ma nel ‘95 muore Tito e per lui è una mazzata, si chiude in casa per sei mesi: “ho avuto un crollo totale. Mi è mancata una figura di riferimento”. A maggio ‘96 riprende e inizia il riscatto: vince ovunque e nel luglio ‘99, dopo aver fatto il turno di notte in azienda (da dilettanti non si vive di sport), vince il match che gli fa fare il salto nei professionisti.


    CAMPIONE ITALIANO!
    Ad agosto il contratto con la scuderia Cavallari, il 3 dicembre debutta, vince e non si ferma: porta a casa 18 incontri su 19. E arriviamo al 19 luglio 2002: sedici anni esatti dopo aver letto l’articolo che gli ha cambiato la vita Alberto diventa Campione Italiano pesi medi. Nel 2003 e 2004 difende il titolo e a Chiavari vince l’intercontinentale supermedi: “ricordo che c’era il palazzetto gremito ed ero gasatissimo”. A vederlo c’era anche Giovanni Parisi, campione del mondo pesi superleggeri, medaglia oro Olimpiadi di Seul: “mi ha dato dei consigli, facendomi vedere i movimenti in cui sbagliavo. Ed erano le stesse cose che mi dicevano Bruno e Tito! Avevo carenze che potevo tappare e invece sono rimasto sotterrato dalla presunzione giovanile”.


    I MONDIALI A BERLINO
    Poi, nel 2005, la notizia delle notizie: “avrei combattuto ai Mondiali a Berlino contro Markus Beyer, campione in carica da ben quattro anni”. Ecco, ora tornate a quel bambino di Cornia: “Io non ero mai uscito dall’orticello italiano, mi mancava l’esperienza da grande match. Inoltre ho fatto una dieta speciale per perdere due chili ed è stato deleterio. E qui l’errore è stato non dirlo. Poi  la tensione, essere fuori, avere 5 milioni di spettatori, la scenografia, la conferenza stampa, il professionismo a livelli alti, forse ho visto un mondo a cui non ero pronto. Inoltre lui giocava in casa, io avevo 6000 persone contro e 30supporter. Avrei avuto bisgono di una preparazione anche psicologica”. Beyer lo butta già due volte, e alla seconda l’arbitro decreta il ko tecnico: “Il primo e l’ultimo della mia vita”.

    DA CAMPIONE A POSTINO
    Con un ko tecnico sei obbligato a fare le visite al Centro Olimpico a Roma per avere il nulla osta per continuare: “Un giorno arriva la busta con i referti: c’è scritto che ho una vena in testa che può spaccarsi da un momento all’altro. E quindi non posso più combattere. Fine dei giochi”.
    Come si reagisce a qualcosa del genere? “Stranamente la cosa non mi ha sconvolto. Ho pensato subito che tra la carriera col rischio di morire e la vita è meglio la vita. Mi sono cercato un lavoro e ho iniziato a fare il postino, come mio padre. Poi a una risonanza è risultato che non avevo più quel problema e mi è tornata la voglia di stare sul ring, ma ormai era tardi per rientrare nel circuito, così ho trovato un altro modo per farlo”.


    LA SVOLTA DA ALLENATORE
    Dopo un corso da tecnico l’anno scorso ha iniziato ad allenare nella palestra Tito Copello con Aldo Traversaro, Fabio Folli e Bruno Martini, con il supporto del segretario Maurizio Lazzarini: “In particolare seguo Matteo Fiorini, un promettente peso leggero che ha vinto 23 match su 26. Al primo incontro come allenatore ho rivissuto le stesse emozioni da pugile. Anzi peggio, perché quando ha preso il primo pugno volevo essere al suo posto e reagire. Poi ha vinto. In questa veste i miei errori giovanili sono i più grandi insegnamenti e dico sempre ai ragazzi che il mio rammarico è che negli allenamenti ero un po’ un belinone, non mi impegnavo e ascoltavo poco i consigli, sotterrato dalla tipica presunzione giovanile.” Chissà che dalla palestra di Chiavari non esca un altro campione italiano. O magari mondiale.

     

     


     


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